La Libia è alla guerra civile. Gheddafi fa sparare ad altezza uomo sui propri cittadini dall'esercito e da mercenari subsahariani. Il tutto passa come un vento di democrazia e libertà; la bella retorica di una volta, come quella che abbiamo già sentito negli anni novanta durante il crollo del sistema sovietico.
Le rivoluzioni, però, sono quasi sempre un cambio di guardia, un violento switch di classe dirigente, laddove la vecchia non vuole cedere il passo a quella nuova. Con quest'ultima che non sempre si dimostra migliore della precedente. Eltsin sul carro armato che straparla di democrazia è diventato il sistema oligarchico alla Putin. Se meglio o peggio di Gorbaciov, è tutto da dimostrare, e mi piacerebbe che qualcuno ci provasse: potrei imparare qualcosa di nuovo.
Ora sarà da vedere cosa accadrà, a livello diplomatico. Leggevo che il petrolio Libico è particolarmente puro, e quindi costa meno raffinarlo. Quindi, se la Libia dovesse chiudere i rubinetti, i prezzi dei carburanti (che sono i derivati del petrolio che necessitano maggio raffinazione) schizzerebbero verso l'alto. Sono stato abituato a considerare questo genere di informazioni come più importanti dei massacri tra i civili: tira più un metro di oleodotto che un carro di cadaveri.
L'Italia, ovviamente, si è ampiamente sputtanata grazie al nostro governo da operetta, che non ha esitato a stringere accordi con un dittatore sanguinario (che ci ha pure bombardato, tempo fa), in cambio di una stretta sui poveracci che vogliono scappare e di qualche firma su delle carte a favore dell'ENI. E tutto ciò senza risparmiarsi nulla: foto con baci ad anelli, amazzoni che si accampano a villa Borghese, una chiara unità di visione tra i due "Leaders Maximi". Solo che in Libia stanno cacciando via Gheddafi a calci in culo - forse perché è una popolazione giovane - mentre qui il parlamento applaude alle ammucchiate del capo del Governo. Forse perché siamo un popolo di vecchi, affamati di viagra, più che di decoro.
Benvenuti nella versione 2.0 del mio blog SezioneAurea. Pensieri e parole in libertà (vigilata)
venerdì 25 febbraio 2011
giovedì 24 febbraio 2011
Trapassaggio
Buongiorno, caro Etere.
In questo freddo febbraio, mi appropinquo all'ennesimo periodo di rivoluzione copernicana, nella mia breve e convulsa vita.
Dopo due anni, lascerò il mio blindatissimo posto di lavoro nel centro di Roma. Lo lascio in maniera controversa, con incomprensioni che mi recano molto dispiacere, in quanto - lo ribadisco - sono grato a chi mi ha fornito un lavoro che mi ha permesso di "scollinare" un paio di anni difficili. Le cose non vanno mai come uno se le aspetta: è il bello della vita.
Quello che mi aspetta è una valorizzazione della mia natura intellettuale, e di questo sono contento. Però sono un po’ confuso. Forse ho paura. Paura di cambiare per l’ennesima volta. Paura di non riuscire ad onorare i miei impegni, i miei libri da finire, per esempio. Però sono qui, a fronteggiare i miei mostri. E che Dio me la mandi buona!
martedì 27 dicembre 2005
...Mio Caro Lei....
Bene.
Si avvicina la fine di questo allucinante 2005, e si aprono davanti a me prospettive meravigliose di un 2006 incredibilmente pieno di opportunità. E meno male che ho perso un concorso da 1900 euri al mese, sennò non avrei potuto nemmeno fruire delle meraviglie che il passaggio di Saturno mi sta preparando nei prossimi due anni. Per prima cosa, sto realizzando che andrò a Corchiano, ma ci andrò in maniera pesante: Con tutti gli strumenti e i libri, di modo ché possa cominciare a lavorare sul mio intelletto come Cristo comanda. Lì Internet non ce l'ho, non ho nemmeno il telefono, quindi dovrò oragnizzarmi con un CD riscrivibile, da riempire e postare dalla biblioteca comunale, dotata di ISDN.
Porterò l'intero parco strumenti, compresi Mixer e ampli con casse. In questo modo, spero di registrare qualcosa, mentre lavoro alla stesura del testo de "Il Formaggio e i Vermi", opera rock megalomane che per ora sta solo nella testa del sottoscritto.
In più, cercherò di vedere se partirà qualche tournée, o se la musica mi regalerà qualche seppur minima soddisfazione. Rimane il problema dei soldi, che andrò a risolvere coi soliti lavoretti, ché è meglio della fabbrica di ceramica. Credo.
Che dire? Forse la famiglia che anélo non potrà venire nell'immediato. Ma pazienza.
Nel frattempo, il 2005 è ancora in vita, e il capodanno è tutto da definire. Che si farà?
-mah-
domenica 25 dicembre 2005
Lettera Aperta a Babbo Natale
Caro Santa Claus,
Non so se quest'anno io sia stato buono, oppure no. Potrei dirti di averci provato, ma un pizzico di coda di paglia ce l'avrei, a farlo. Non credo di aver fatto abbastanza. Sono stato invidioso, a volte. Altre volte sono stato egoista, quasi sempre ho ascoltato la voce della mia coscienza in maniera estetica, egoriferita.
Più passa il tempo, e più il mio senso del Natale si affievolisce. Anche se guardo spesso il cielo per vedere se per caso non passi una slitta volante, sento un magma viscido, tiepidino, tirare la mia mente giù, giù e ancora giù, tra le miserie -tutte le miserie - della gente, di tutta la gente. Quanto vorrei che in fondo al tuo sacco fosse rimasto quel po' di buon senso, da regalare ai bambini e ai loro padri. Vorrei che la tua risata fragorosa risuonasse al posto delle bombe. Vorrei credere che la colazione (con bigliettino) che ti ha lasciato mia nipote, raggiungesse qualcuno che ha fame, anche se si tratta solo di due mandarini mosci e di un paio di biscotti. Vorrei, stanotte, prendere sonno pensando ad un signore bonario, imponente e vestito tutto di rosso. Lo penserei mentre si cala dalla cappa della mia cucina, per portarmi un po' di felicità. Tornerei nel mondo dei miei giochi di bambino, dove non conoscevo solitudine o dolore.
Santa Claus, per Natale vorrei tanto un po' di torpore esistenziale. Me lo porti?
Hagi
martedì 20 dicembre 2005
...Ascoltando Serenata a Maria....
Dario Argento ha dichiarato in una sua intervista, parlando di 4 mosche di velluto grigio che voleva (…) raccontare come non si conoscono mai veramente gli altri, non puoi conoscerli dentro: i protagonisti si sono sposati e si sono amati però lui di lei non ha capito niente, non sa nulla di lei[1].
In certe occasioni, si ha l’impressione di comprendere appieno i sentimenti di chi ci sta davanti, ma non ci si rende conto che in realtà sono proiezioni nostre, sempre. Anche quando non ci pensiamo.
Ci sono dei momenti in cui mi vieni alla mente prepotentemente, e questo accade generalmente quando mi metto a suonare la chitarra.
Sono assalito da un desiderio pulsante di prendere il cellulare e telefonarti, dirti che comunque ti voglio bene, anche se le contingenze non hanno permesso un rapporto sereno.
Poi, però, non lo faccio. Sai perché? Perché non capiresti il senso del discorso. Ma avresti l’arroganza non tanto di negare questo dato di fatto, ma di crederlo davvero, visceralmente. E assumeresti quel tono di chi sa benissimo qual è l’ordine delle cose, e si domanda come sia possibile che la persona che ha davanti non abbia la medesima facilità di comprensione.
Diventeresti spocchiosa, cattivella, con quella pazienza che il padre rassegnato offre al figlio un po’ cretino.
E’ sempre stato così, ed il mio torto maggiore, la colpa che non riuscirò mai a perdonarmi, è di non aver tirato il morso quando era il momento. Di aver dimenticato che il rispetto va guadagnato con perseveranza, che non va dato per scontato, solo per un cognome diverso, o per attitudini particolari.
Ti ho lasciata fare. Ho provato a “capirti”, calpestando me stesso, le mie pulsioni, i miei desideri, per poi sentirmi dare dell’egoista, del ragazzino, ed io lì, dietro, a prendermi tutti questi pesci in faccia, per amore.
Non ho capito niente di te, ci ho provato nella maniera sbagliata, e ti ho persa. Ho perso la tua considerazione, guadagnandomi quella di strani animaletti simpatici, cui ho imparato a voler bene, più per compiacerti che altro, e che mi interessavano in maniera relativa.
E nel frattempo tu eri chissà dove, ad aspettare un improbabile principe azzurro, mentre mi chiamavi per non dirmi niente, mentre mentivi a te stessa dicendoti che volevi vedermi, rimuginando non tanto sul senso di quelle parole, quanto sui tuoi pensieri che vagano, privi di freno, alla ricerca di un orgasmo che duri tutta una vita. E che non esiste.
[1] Dario Argento, in Antonio Tentori, Profonde Tenebre. Il cinema Thrilling Italiano 1962-1982, Granata Press, Bologna, 1992, Pagg. 33-34
Riflessioni delle 17 - ché la dice lunga.
E' sera, anche se sono solo le cinque del pomeriggio. Ho appena sostenuto un concorso preso un ente pubblico. Il primo andò malissimo. Questo è andato male. Un miglioramento c'è stato. Non so se basterà a salvare l'onore mio, ma quello di chi mi ha aiutato è al sicuro.
Penso a Saturno, alle scelte che mi aspettano, e a tutto quanto mi sarà riservato nei prossimi due anni. Penso che quando si apre il famoso portone, spesso non ce ne acorgiamo. Ora cambieranno le priorità, e laddove la casa era pratico fondamento del futuro, ora diventa abitazione mistica, interiore. Diventa il corpo, la salus mentis. Diventa voglia di riscatto intellettuale. Ho bisogno di elevarmi al di sopra di tutto ciò che è stato, di scoprire che il mondo è un posto meraviglioso in cui vivere e confrontarsi. Ho necessità di evocare l'altro me, di dargli dignità e forza.
Abbiamo riso e scherzato. Ora è tempo di farla finita con le cazzate. é ora di tirare fuori tutto e rimuovere l'ostacolo di sempre, facendone trampolino per l'espansione di Sè. Addio, belli di casa
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