venerdì 9 dicembre 2005

Tre articoli sul "Trash Movie" anni '70 - Horror


Horror

La storia del cinema horror comincia, più o meno, con quella del cinema stesso. La pellicola diventa terreno di sperimentazione per l’assurdo, l’impraticabile. A partire dal Voyage dans la Lune, il cinema ci mostra quello che il teatro non può. L’arte del montaggio si va via via raffinando, assumendo il ruolo centrale che le compete sin da subito. In quest’ottica, prende piede il genere Horror: la paura fa incasso. Si parte dall’espressionista Murnau, da Fritz Lang, fino ad arrivare – ci scusiamo del salto un po’ brusco - alle star della britannica Hammer, casa di produzione che conobbe una grande fortuna negli anni cinquanta (Peter Cushing, Boris Karloff, Béla Lugosi, Cristopher Lee) e Sessanta (con la consacrazione del grande Vincent Price). La battuta d’arresto della casa di produzione è per certi versi degna di attenzione. La straordinaria vena creativa si esaurisce, non riuscendo a tenere il passo coi tempi: lo si vede in una delle ultime opere marchiate Hammer: La leggenda dei sette vampiri d’oro; un tentativo di equilibrismo, prevedibilmente naufragato, di conciliare le atmosfere dell’horror britannico con quelle dei film di Kung Fu, a quei tempi molto apprezzati dagli spettatori. Le atmosfere gotiche, i decadenti castelli immaginati da Poe e immortalati da Fisher cedono il passo ad idee nuove: mostri che macellano un gruppo di ragazzi in una scampagnata, mostri che entrano nei sogni, mostri che uccidono solo ad Halloween. Il telefono, l’automobile e altri oggetti propri della realtà contingente, diventano strumenti di terrore.  E’ l’orrore ai giorni nostri, dove il sangue a fiotti sostituisce la solennità dell’interpretazione teatrale. Nasce lo splatter, genere che ha avuto negli anni ottanta e novanta il suo apice. E in Italia? Ci sono maestri del genere, apprezzati anche oltreoceano, sia nella regia che negli effetti speciali. Dario Argento e Lucio Fulci tra i primi, Sergio Stivaletti e Carlo Rambaldi tra i secondi. Il provincialismo espresso nel poliziesco e nel Thriller non è presente nell’Horror. Anche nei casi (numerosi) in cui si sceglie l’Italia come ambientazione, il fattore territoriale finisce per contare poco, se facciamo un eccezione per i due Horror Padani di Pupi Avati. Nel tipico film dell’orrore, infatti, la lotta tra bene e male è essenzialmente la battaglia contro il maligno, temuto a tutte le latitudini, sia esso rappresentato da streghe, dèmoni, mostri. Il male può colpirti sempre, dovunque. Non lo si vede, e quando ciò accade, è troppo tardi. Gli estimatori del film horror hanno molto materiale di riferimento. A parte le atmosfere Hammeriane già citate, c’è una florida filmografia, che copre tutte le aree della paura umana. I mostri di retaggio del romanzo romantico e decadente ottocentesco sono sostituiti da Jason, Freddy Krueger, Michael Myers, Leatherface. I sinistri manieri nelle cui viscere Vincent Price nascondeva orrendi segreti si trasformano in case moderne, in cui può andar via la luce, scatenando terribili massacri.  Per quanto attiene alla sfera italiana, oltre a Dario Argento e Pupi Avati, di cui abbiamo già parlato nel numero scorso, il nome di riferimento per quegli anni è Lucio Fulci. Maestro del genere, apprezzato, come già detto, anche oltreoceano, è autore di veri e propri capolavori; a parte Non si Sevizia un Paperino, afferente più al thriller e per questo trattato nell’articolo precedente, è degno di nota Sette Note in Nero, dove, con stile totalmente personale e mediante una sceneggiatura articolata e ben congegnata, riesce a tessere una storia in cui il senso temporale viene sovvertito, la percezione diventa vissuto, e il vissuto spiega la percezione. Il paranormale si infiltra nel quotidiano, fondendosi in un clima del tutto particolare e unico. La definizione horror, tuttavia, va un po’ stretta a quest’opera: se è vero che il soprannaturale la fa da padrone, è altrettanto vero che manca il “cattivissimo”, il mostro. L’uomo claudicante che murerà viva Virginia, è un’ombra non definita, sulla cui identità gira quasi l’intero impianto del film. Suspiria e Inferno, entrambi di Dario Argento, sono i due Horror italiani per antonomasia; Argento esce dal Thriller, e riesce a creare atmosfere plumbee e cariche di surrealismo gotico persino in un comune appartamento. Non rinuncia tuttavia ad allestimenti e luci inquietanti: in Suspiria, l’accademia di Danza di Friburgo nasconde un terribile segreto; in Inferno un vecchio palazzo risulta essere una dimora alchemica, costruita da un architetto-alchimista di nome Varelli, per la Madre delle Tenebre. Il genere, insomma, negli anni settanta comincia a prendere piede. Chiuso all’epoca dal Thrilling all’Italiana, conoscerà uno sviluppo più tardo, negli ottanta, con testimoni importanti. Su tutti, Michele Soavi, che con una fertile produzione, tra cui è degno di nota il premiato Deliria terrà alto il nome del cinema horror italiano. Ma sono altri anni, altri tempi. Un’altra storia, insomma.

Tre articoli sul "Trash Movie" anni '70 - Kung Fu


Cinque dita di Violenza

Di nuovo,a bomba, su Tarantino; intanto una precisazione: è vero, abbiamo un’ammirazione sperticata per il regista del Tennessee, ma per motivi totalmente egoistici; la sua voracità totalmente priva di selezione, ha una naturale affinità con intere generazioni, che hanno ingurgitato qualsiasi cosa trasmessa da una televisione a cavallo tra il pubblico e il privato, dove il monopolio di stato dell’etere, almeno in Italia, cominciava appena ad essere messo in discussione. E così, si passavano ore ed ore di fronte allo schermo. Si alternavano Jeeg il robot d’acciaio con SamuraiSupercar con Megaloman e via discorrendo. Intere generazioni prendevano le misure con un certo stile di ripresa, quello delle produzioni passate alla storia come “di serie B”. Tra queste, un posto d’onore lo occupano senz’altro le pellicole orientali degli anni 70’, quelle che nel nostro paese venivano colloquialmente chiamate “Film di Kung Fu”. Erano, per intenderci, quelle serie ininterrotte di miagolii e botte, che ci facevano segare il manico della scopa (se era di legno) della mamma per costuire un Nunchako. Funzionava così: si segava via metà scopa, ottenendo due pezzi di legno di circa 25 centimetri l’uno. Si piantava un chiodo ricurvo su ciascuna delle parti che infine si legavano l’un l’altra con circa 5 cm di spago. Una volta occultati i resti della scopa, si poteva andare a fracassarsi il setto nasale, cercando di far roteare vorticosamente la nostra arma tremenda sotto le ascelle. I Films di arti marziali conobbero una grande fortuna negli anni settanta, inserendosi- in occidente -  nello spazio che gli “spaghetti western” stavano abbandonando. Originari soprattutto di Hong-Kong, dove ancopra oggi esistono sale cinematografiche che proiettano solo pellicole del genere, questi films invasero gli prima gli Stati Uniti, dove dapprima conobbero grande successo, poi vennero adderittura cooprodotti.


Un po’ di storia – Il genere di combattimento a mani nude è cosa relativamente recente; se infatti le tematiche dei films di spadaccini (oggi tornati molto in voga – vedi La tigre e il Dragone o Hero) affondano le radici nell’opera cinese, i combattimenti a mani nude si fanno risalire agli anni quaranta, per mano di Kwan Tak Hing, personaggio praticamente sconosciuto in occidente. Erano pellicole in cui le coreografie venivano curate dagli stessi attori. Per il film “Made in Hong Kong”, così come lo conosciamo, dovranno passare altri venticinque anni di trasformazioni: storie al limite del mitico come quella del maestro Wong Fei Hung, personaggio storico-mitico incarnato in tantissimi films degli anni 40’, cederanno il passo a nuovi caratteri, come Wang Yu, impersonato da un giovane Bruce Lee in un film che in Italia è arrivato come “Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo”. Ed è con Bruce Lee che il cerchio trova la sua quadratura; il nome noto a tutti, l’urlo conosciuto in tutto il mondo; il trait d’union tra Oriente e Occidente. I suoi film sul ciclo di Chen sono stati visti da tutti (quello ambientato in Italia, L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente vede anche un giovane Chuck-“Walker Texas Ranger”-Norris, prima avvisaglia dell’interesse statunitense per il genere, sublimato nella produzione Warner Bros del 1973 I tre dell’Operazione Drago). L’aura di mito che circonda Lee è data da diversi aspetti. Un po’ la poca chiarezza sulle circostanze della sua morte, un po’ per l’uscita de L’ultimo combattimento di Chen, posteriore di cinque anni la sua morte, e portata a termine con una controfigura, il personaggio Lee è stato messo in quel limbo tra storia e mito che è proprio di pochissimi personaggi dello spettacolo, quale Bruce Lee – è bene non dimenticarlo – era.

E in Italia? – Verso la metà degli anni settanta, come già accennato, il filone spaghetti western segna il passo: Con il ciclo di Trinità, ad esempio, la matrice violenta, sanguinaria e sudata lascia spazio ad una lettura più scanzonata, fatta più di cazzotti che di sparatorie, che farà la fortuna della coppia Spencer-Hill. Nel frattempo, era il 1973, esce quello che è definito l’antesignano del genere, Cinque dita di Violenza, di Cheng Chang Ho. Il successo che riscuote è clamoroso, e sulla sua scia vengono importate altre pellicole, i cui titoli vengono furbescamente tradotti Le quattro dita della furia, il già citato Con una mano ti rompo, con due piedi ti spezzo e La morte nella mano (quest’ultimo con Wang Yu, icona del genere). Ma anche i registi di casa nostra si cimenteranno nel genere, sfruttando l’esperienza maturata nel western. Ne usciranno piccole perle, come Il mio nome è Shangai Joe di Mario Caiano, violentissimo mix tra generi in cui spicca per ferocia Klaus Kinski; oppure tutta la costellazione di films al limite della parodia come Storia di Karate, Pugni e Fagioli di Tonino Ricci o Tutti per uno…Botte per tutti di Bruno Corbucci, Là dove non batte il sole, con Lee van Cleef. Per concludere, una citazione d’obbligo (anche se non propriamente a tema): Ku Fu? Dalla Sicilia con furore, dove Franco e Ciccio parodiano il genere.

Tre articoli sul "Trash Movie" anni '70 - Poliziesco


Il Poliziottesco italiano
Ci voleva Venezia per creare un percorso cinematografico su quello che viene comunemente chiamato Trash? Forse no; certo, Tarantino che posa felice come un adolescente promosso a giugno accanto ad una sbigottita Barbara Bouchet, ha dato la scossa necessaria, soprattutto per il suo dichiarato amore per il genere. In interviste precedenti, infatti, l’attuale Guru di Hollywood si è spesso sperticato in lodi su alcune pellicole italiane, cannibalizzate nei suoi più noti capolavori. Siamo quindi tutti contenti che commissari duri e puri, sia con gli occhi di ghiaccio di Maurizio Merli sia con la carica umana di Philippe Leroy abbiano in questi giorni il giusto tributo di popolarità. Film come Milano Calibro 9, con un inedito Gastone Moschin noir, o tutta la lunga serie del commissario Tanzi (interpretato dal mai abbastanza compianto Maurizio Merli) che lo vede agire più o meno in tutta Italia: da Napoli che diventa violenta, a Roma, vissuta A mano armata.
Il genere ebbe una grande fortuna negli anni settanta. Erano gli anni della rinascita delle sale di quartiere, dello spettro del terrorismo politico, delle rapine e dei sequestri di persona. Una realtà difficile, come le cronache del tempo la descrivono, con tante analogie con i tempi  di oggi, ma con una differenza sostanziale: la natura locale del fenomeno. Non un terrorismo su scala mondiale, ma di stampo regionale; non pellicole estere, ma una prolifica e preponderante produzione nazionale. Su tutto, l’ombra della criminalità dilagante, e la crescente frustrazione di uno Stato non in grado di sostenere lo scontro. A meno di singoli individui, paladini  al limite del giustizialismo, che spesso finiscono per combattere il male con le sue stesse armi.
Scene di violenza a volte inaudita, quindi, offrono dei sottotesti a volte sorprendenti, come la riflessione – negli anni settanta più viva che mai – sulle tensioni sociali e politiche negli anni di piombo; sul desiderio di giustizia privata, da combattere non con le inadeguate armi di una giustizia ordinaria e burocratizzata, ma con l’individuale rispetto per gli altri e per i più deboli. Certo, è facile giungere a conclusioni di questo tipo dopo trent’anni, con una società profondamente cambiata e con tutt’altro ordine di problemi; d’altra parte, però, lo spirito collettivo di un’epoca può essere osservato con il necessario distacco solo da chi non lo vive più. Ciò che rimane è la perizia tecnica con cui venivano girate alcune sequenze: gli inseguimenti e le sparatorie hanno fatto scula in tutto il mondo, e alcuni personaggi hanno una caratterizzazione profonda e geniale: su tutti il Gobbo di Roma, interpretato da Tomas Milian, creato da Umberto Lenzi. Inoltre, come non citare le claustrofobiche scene di un sadismo parossistico, tremendo: la scena della villa in Milano Odia: La polizia non può sparare, in questo senso, è tra le più agghiaccianti mai girate; e Tarantino, nel girare a sequenza della tortura al poliziotto nelle Iene, doveva averla ben presente. Almeno a noi così è sembrato....

Prossimi Spettacoli cui parteciperò



 Tanto per cominciare, con INCANTASTORIE (http://www.incantastorie.it) presso:
Auditorium delle Fornaci

15 dicembre
Via delle Fornaci, 161, Roma 
10€ 
ore 21.00
Prenotazione: info@incantastorie.it
Poi:

Come tutti i periodi natalizi, suonerò per l'Associazione Marco Taschler (www.acmt.it): il 7 ho suonato presso la Basilica di S.Lorenzo, mentre il 20 suonerò presso S. Salvatore in Lauro. Ingresso Gratuito.

La Jam Session Etnica è in via di definizione. Forse per febbraio al Metaverso, ci sarà qualche sorpresa. Aspetto poi sviluppi sull'uscita del disco di Amalia Gré, e novità dalla Piccola Banda Ikona. Per novità, www.stefanosaletti.it


lunedì 5 dicembre 2005

Novità? O non-novità?


Oggi inizia una nuova settimana. Quella che si è conclusa ieri è stata da dimenticare. Anzi, no. Non dimenticare MAI certe cose, può aiutare a leggere il romanzo della propria vita in maniera sempre più creativa. Ahimé, lo dico per quei pochissimi che seguono questo Blog, sto per scrivere un intervento incline a un facile biografismo, e sento sfiorarmi lo Spiritus Constantini, quel senso di superpotenza che acchiappa allo stomaco il minus habens trasformandolo in Arbiter Elegantiarum.
In poche parole, significa che sto per scrivere cazzate, tipo quelle che un coglione qualsiasi - di quelli orbitanti intorno a Cinecittà - regala agli amici del bar sotto lo sguardo di una telecamera che sta solo nella testa sua.
Quanto all'uso del latino, ricordatevi che sono Laziale, e Il "Lotitese" mi appartiene. Passiamo oltre.
Spesso mi trovo a commentare situazioni, fa parte della missione che mi sono dato; quando mi trovo a farlo, cerco sempre di elevarmi dal piano delle contingenze che sono oggetto della mia analisi. Ci si può elevare in tantissimi modi, quello più consono al mio modo di essere è l'esaltazione dell'onestà.
Mi piace vedermi come una specie di "Paladino senza macchia e senza paura", che magari lotta contro i mulini a vento, ma di cui non è mai in dubbio né la specchiata onestà - pubblica e privata - né la propensione alla giustizia.
C'è un momento nella vita in cui tutti noi siamo chiamati a guardarci dentro. C'è qualcosa di peggio della disonestà? C'è.
E' la disonestà inutile, priva di quel germe di grandezza sempre presente nel male. E' il saper approfittare di situazioni di vantaggio, senza mai farsi cogliere di sorpresa. Parlo di quando le cose "vanno come devono andare".
E' un sistema che va contro la vita vissuta, intesa come quell'insieme di sorprese, coincidenze, imprevisti, errori e vittorie che costituisce il sale, il Ras della vita esperita.
Io amo la vita, a volte vorrei amarla di meno. Vero è che - a quanto pare - lei ama molto me. Quindi toccherà rimboccarci le maniche, e vedere che mi riserva Saturno, di qui ai prossimi tre anni.
Morire si deve, sapere quando non ci è dato, quindi, in alto i cuori, e avanti così. Anzi,  Sursum Corda. Alla faccia degli Assiro-Babilonesi.


martedì 8 novembre 2005

Sfogo


La cadenza delle notizie date dal sottoscritto rispecchia la pigrizia mentale e l'accidia cronica pervedenti quest'ultimo.
Il bizantinismo e l'astrusità della lingua scritta in queste poche righe seguono un preciso disegno estetico, orientato al decandentismo e alla scarsa fiducia nel futuro.
Ma ora basta. Non sono mai stato un grafomane, e i miei pensieri sono sempre stati semplici e modulari, piuttosto che complessi e organici. Il mondo Internet mi sbatte fuori strada a sportellate, un po' come Vale a Gibernau: con forza e pochi scrupoli. Non c'è spazio per quelli come me, nell'etere?
Io decido di rientrare, e far saltare tutti gli schemi, se necessario.
Un po' come quelli che, quando stanno perdendo, lanciano in aria la scacchiera, decido di cancellare i sensi di colpa dettati dalla scarsa prolificità. Decido di NON levare il link a Clarence dal mio sito personale, e di assumermi tutte le responsabilità di un blog poco aggiornato e un po' abbandonato a sè stesso. Non importa se la mia immagine cibernetica risulti essere lenta, pigra e arruffona. Questo è il mio senso, adesso. In carne e bytes.

mercoledì 12 ottobre 2005

Terremto in Kashmir: Lo Stato dell'Arte


Buongiorno a tutti. Circa alle 6 di questa mattina, ora Italiana (quindi alle 9 del mattino locali) un devastante terremoto - magnitudo 7,6 della scala Richter, con epicentro nel Kashmir Pakistano, ha raso al suolo interi villaggi, ed è stato avvertito a Delhi, Islamabad e Kabul. Un primo riscontro - tratto da fonti militari - lancia una proiezione di migliaia di morti nelle zone impervie della frontiera montuosa tra India e Pakistan, mentre al momento già 500 sono le vittime accertate nel distretto di Manshera.
Questo scrivevo, direi troppo stringatamente, all'indomani del terremoto del 8/10/2005 in Kashmir.
Ora, però, è il caso di un qualche approfondimento, come mi è stato fatto notare da più di un lato. E quindi, obbediente siccome bimbo secchione, ecchime qua.

La prima scossa, fortissima, 7.6 Richter di magnitudo, ha colpito intorno alle 9.25 ora locale (circa le 6 del mattino in Italia) di sabato 8 ottobre 2005. L'epicentro 10 Km sotto Muzzafarabad, città del Kashmir pakistano, andata praticamente distrutta,.
Alla prima scossa ne sono seguite numerose altre. Ad oggi sono state rilevate 45 scosse di assestamento. A nord-ovest, il terremoto è stato avvertito nella North-West Frontir Province, dove ha fatto danni e vittime, e addirittura in Afghanistan. Le notizie hanno faticato a filtrare, anche perché le zone maggiormente colpite sono rimaste isolate. Il bilancio attuale delle vittime –forse provvisorio per sempre – parla di una proiezione di 30/40.000 vittime.
Esaurita la terribile cronaca dei fatti, proviamo oggi, dopo quattro giorni dalla tragedia, ad analizzare i risvolti politici della faccenda.
Anzitutto, sono piovute critiche alla macchina dei soccorsi. Sia in India che in Pakistan, la disperazione per la lentezza e la disorganizzazione delle operazioni ha sfiorato il tumulto popolare. Sonia Gandhi è stata contestata ad Uri. Dal lato Pakistano, il fatto che siano morti moltissimi bambini, quasi azzerando un’intera generazione, ha acuito le tensioni già altissime tra i civili. L’esercito ha faticato a raggiungere le zone più impervie, costringendo la gente a scavare a mani nude per estrarre i corpi dalle macerie, e cercare eventuali superstiti. Solo oggi, visto il miglioramento delle condizioni climatiche si è riusciti a riprendere le operazioni di scavo; in Kashmr – zona montuosa- è piovuto e nevicato per i giorni successivi alla scossa, rendendo ancora più difficile il transito dei mezzi su strade montuose e non asfaltate. Per aggiornamenti il sito della Tv indiana New Delhi Television è abbastanza aggiornato.
Per rendersi conto della tragedia e delle difficoltà dei soccorritori, si può fare una prova: Con un pprogramma di visione geosatellitare (Google Earth, Nasa World Wind), cercate la città di Uri, in India: Vedrete quanti villaggi montani si trovano nella zona colpita.
· India e Pakistan: due gestioni diverse
Appare chiara una differenza sostanziale nella condotta diplomatica di India e Pakistan: mentre il secondo richiede assistenza da parte degli organismi internazionali (Musharraf ha lanciato un appello che potete leggere QUI, l’India si trincera dietro un atteggiamento di rifiuto di ingerenze esterne, contando sulle proprie forze e assicurando un pieno controllo sulla situazione. Ciò che insospettisce è il quadro generale dell’informazione da parte indiana: sin dalle prime battute delle agenzie, è apparso subito chiaro un atteggiamento insipiente da parte degli organi di stampa On Line indiani. La precipitosa fornitura di cifre ufficiali da parte governativa (600 morti a Srinigar, 2000 case distrutte e alcune migliaia di senzatetto) stride con l’atroce calcolo di vittime fatto dall’esercito pakistano e da numerose ONG: inoltre mancano all’appello circa 10.000 persone nel Kashmir indiano, ma la notizia – per quanto ovvia - è stata data in maniera tardiva, e le è stato conferito poco risalto. Staremo a vedere. Appare quantomeno sospetto il fatto che un terremoto avvertito nell'Himachal Pradesh, nell'Uttaranchal, nell'Uttar Pradesh e persino in Madhya Pradesh e nei due Gujarat, che ha registrato danni agli edifici e paura tra la popolazione di Delhi sia stato così contenuto, visto che l’India non è certo il Giappone, in quanto a tecnologie antisismiche, e visto che la città di Uri non esiste più. Appare chiaro che le ambizioni indiane di leadership nel bacino dell’Asia Meridionale partono anche da prove di forza nel’agone internazionale; è già la seconda volta che l’India rifiuta aiuti, la prima fu in occasione dello Tsunami che cancellò le Andamane. E intanto Benedetto XVI auspica un aiuto internazionale, e prega Dio perché dia forza ai soccorritori.
· Primi problemi politici post catastrofe

Come spesso accade in occasione di eventi di portata così catastrofica, la società umana reagisce con la coesione tipica della specie che deve difendersi, salvo poi, a situazione “normalizzata” – e le virgolette sono d’obbligo – ricordarsi delle divisioni precedenti.
Niente eccezioni, nel nostro caso. Le dispute confinarie e l’odio politico e storico tra India e Pakistan sono stati accantonati giusto il tempo della pioggia. Poi?
Oggi, su un editoriale del Daily Times visibile QUI viene considerato il riaffiorare delle divisioni politiche in Pakistan, seppure in un ovvio e irrinunciabile clima di solidarietà. A sentire le dichiarazioni d’intenti nelle Tv Pakistane, le frizioni tra Sharif e Musharraf sembrano essere accantonate in favore della ricostruzione. Ma sotto la cenere la brace scotta assai.Le divisioni tra le parti politiche, divise tra interessi dell’esercito, ali filoamericane e filo-Pashtun vengono definite da analisti “una tragedia peggiore del terremoto”. In questo quadro si inserisce la delicatissima gestione degli aiuti indiani: Nella sua “nuova veste” di pretendente alla leadership dell’Asia meridionale, l’India offre aiuti al Pakistan, che faticano ad essere accettati, poiché questi esigerebbero il transito dell’esercito indiano nei territori contesissimi del Kashmir pakistano (Cfr. The Hindu, 11/10/2005 “A Tragedy and a Oportunity”).
La situazione , insomma, è in via di definizione, seppure tra mille difficoltà. Un’intera generazione di bambini è stata spazzata via, creando un danno forse insanabile per le popolazioni di quei posti.
Tra le fonti più aggiornate ed attendibili, consultate http://quakehelp.blogspot.com/
Si tratta di un blog di informazione sui fatti, usato come strumento operativo ai soccorritori e conoscitivo per i giornalisti.
Per un quadro geosismico della zona, ho trovato interessante questo sito: http://eduseis.na.infn.it/didattica/laboratorio7/laboratorio7.htm dove vengono intabellati statisticamente i terremoti più forti degli ultimi anni, permettendo una localizzazione delle aree sismiche peggiori del pianeta.
Per un quadro storico politico in lingua Italiana, consiglio il sito www.stinger.it, fondato dal mai abbastanza compianto Sergio Trippodo e diretto dalla brava Francesca Marino